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Essere o non essere, questo è il problema.
Fermo, immobile, le membra che vogliono scuotersi, palpitare, ma perché muoversi? A che pro? Non è necessario mangiare, bere. Da quanto tempo non ne sento la necessità. Solo chi ne ha avuto la mancanza da piccolo, forse desidera...Ma io no. Per me, vivere, è risvegliarsi la mattina, di nuovo, un'altra mattina. O forse mezzogiorno. Andare al bar a fare colazione. Latte macchiato e brioche. Per fame? No, per chiedere: - Qui come sono accolti gli artisti di strada? Lasciano lavorare? Ti scacciano? Chiamano i vigili? - Il latte bollente scivola in gola. Il giornale locale: feste e sagre. C'è n'è una a pochi chilometri da qui. No, meglio non rischiare. Semmai quella di venerdì, ch'è una rievocazione storica. Il vestito medievale, ce l'ho. Basta che non facciano pagare il biglietto d'ingresso, sennò la gente non sgancia. Eppoi, io non voglio pagare per lavorare. Ho scelto questo mestiere per non avere
ostacoli o padroni. Pagare per lavorare, allora vado in teatro o faccio l'architetto, il
commerciante, il cuoco. Perché al punto in cui siamo arrivati oggi, ogni cosa ha lo stesso
valore, ovvero nulla. Che differenza c'è tra stare dietro una scrivania, otto ore, le migliori della
tua giornata, o sbattersi per vendere anelli di tenuta per rubinetti, o dietro un vetro di
un'edicola, quando i soldi, sopra la sopravvivenza sono tutti rubati? Si perché se fai il tuo
dovere, non ti resta altro che risvegliarti la mattina e vivere un altro giorno. E finora ti lasciano
ammalare, per interrompere questa routine. Ma stanno approvando delle nuove leggi per
impedirti anche questo privilegio. Dicono che malgrado si paghi il 50%, o più, di tasse tra
dirette e indirette, non è giusto che le medicine non si acquistino al giusto prezzo, i ricoveri, gli
esami. Quindi è come se ti suggerissero: - Se vuoi vivere oltre la sopravvivenza, devi
imbrogliare, devi rubare.
Io, con questo mestiere, sono democratico: rubo un po' a tutti, liberamente, spontaneamente. Non costringo nessuno a darmi soldi, non vendo pietà e sensi di colpa, faccio arte: anzi sono un'opera d'arte. Sono lì, lungo la passeggiata degli schiavi in libera uscita, immobile, la faccia dipinta in bianco e nero; agli angoli della bocca due pois: bianco nella parte nera, nero nella parte bianca; le labbra rosse; vestito tutto di nero, con il mantello bianco, il cilindro nero, i guanti bianchi, le scarpe nere, le calze bianche e una borsetta a tracolla, rossa: ma col segno del Tao, bianco e nero. A chi mi offre un soldo nella cesta davanti a me, gli faccio un cenno con la mano di fermarsi un attimo; prendo dalla borsa un bigliettino piegato in quattro e glie lo consegno. Cosa c'è scritto nel bigliettino? Pagate e lo saprete. Scherzo! Non rispondo così neanche durante il lavoro. Ci tengo troppo al significato del messaggio che porgo: ad ogni personaggio corrisponde una serie di interpretazioni mistiche, coerenti con l'epoca e il costume: il Tao porge i responsi de "I Ching", il libro dei mutamenti di Lao-Tzu; il paggio medievale porge gli arcani dei Tarocchi, e così via. Ma chi credete che mi allunghi un due euro o un cinque? Un ricco? Un benestante?
Uno che i cinque, gli escono dalle orecchie? Niente affatto. Quelli, se va bene, ti danno i dieci
centesimi, cercandoli bene nel borsellino. Chi è più modesto, chi in quella settimana di ferie si
spende tutto il superfluo di un'anno da schiavo, ecco, lui sì che ti allunga anche un cinque.
Perché sinceramente s'identifica. Sa che sei uno come lui, che ha avuto la forza di ribellarsi. Ti
apprezza per ciò che vede, senza chiedersi a che corrente d'arte appartieni, se sei originale o
una copia di quello di Barcellona. Sa che hai solo quel mese, mese e mezzo per guadagnarti
la pagnotta.
Finita la colazione, ritorno nel mio loculo giapponese a quattro ruote, che mi serve da casa, per il periodo da forzato dell'arte. Innanzi tutto il dovere: cioè il lavoro. Taglio i bigliettini, da fogli fotocopiati e li sistemo in mazzette, prima di piegarli in quattro, mettendoli nella borsetta. Curo che siano sufficientemente mescolati, in modo che possa essere sicuro che i bigliettini dati ad una compagnia di amici, siano tutti diversi. Ragazzi, gli affari sono affari. Pensateci bene: se una coppia si ferma davanti ad un artista, piace, è ben difficile che sgancino tutt'e due, figuriamoci una compagnia di amici: chi paga è lo scemo di turno. Ma se a chi offre, viene in cambio dato un prezioso ricordo, strettamente personale, che difficilmente si fa leggere agli altri, perché contiene rivelazioni sulla propria esistenza o sul proprio carattere, allora tutti lo vogliono. Lapalissiano. E' così che firmo il mio contratto sociale. Non è con i quadri che mi guadagno da vivere, ma con le belle cornici. D'altra parte, lo dicevo prima, l'alienazione tra ciò che si fa, il valore della propria opera, mestiere, che dir si voglia e il riconoscimento sociale e/o monetario è abissale. Il guadagno? Assolutamente casuale. Se si è più fortunati, abili, scaltri, facendo esattamente la stessa cosa, si guadagna il doppio, anche dieci volte di più. Tutto ciò disarma anche la persona più idealista, più ingenua. Mi ricordo quando ho descritto il mio mestiere a un commerciante indiano, nella sua bottega di Chandi Chok, nella Old Delhi. Si è messo a ridere, non ci credeva. E sì che aveva girato il mondo, da giovane. Di famiglia ricca, ascoltava il rock e trattava bene il suo giovane schiavo, non lo picchiava mai; e al tramonto dimenticava i doveri induisti e si scolava la bottiglia di whisky in compagnia di una giovane turista tedesca. E guarda un po', devo stare ben attento ad assumere una postura corretta, mentre taglio e piego, perché non mi venga quel fastidioso mal di spalla, eredità della cartella, quando andavo a scuola. Cosa che non mi succede quando mi esibisco. Quello è il momento di massimo riposo, di rilassamento assoluto, di meditazione su tutto ciò che mi circonda. Io sono immobile e tutto il mondo mi pulsa attorno. In una dimensione di supercoscienza, perdo la cognizione del tempo e dello spazio, l'interno e l'esterno sono la stessa cosa. Quando ritorno alla dimensione umana, sono passate due, tre ore e il mio cesto è pieno. Finito il lavoro dei bigliettini, vado a scegliere il mio posto di lavoro serale, sulla passeggiata. Ci vuole un certo criterio, per scegliere un luogo: abbastanza largo per non impedire il passaggio, ma non troppo, per non essere notato e nel quale non si rompe a negozi o bancarelle. Si sa che i Vigili, di solito intervengono solo se sollecitati da zelanti cittadini o commercianti che pensano che un artista di strada tolga loro la possibilità di guadagno. Come se l'attirare l'attenzione fosse controproducente. Oppure più consci di essere lì a rubare dalle tasche dei poveri turisti, rifilandogli oggetti superflui e inutili, mi vedono come sleale concorrente. Bisogna, inoltre, immaginare come sarà il luogo di sera. Avere le spalle coperte, contro gli scherzi dei più burloni o vigliacchi. Sì, perché da dietro si può avere il coraggio di fare ciò che da davanti non si farebbe mai. Il posto deve essere sufficientemente illuminato, non troppo vicino ad un bar o altri luoghi di ritrovo: succede che la gente si metta in piccoli gruppetti a chiacchierare, senza rendersi conto di impedire uno spettacolo. L'ideale è davanti ad una banca, oppure un muro che costituisca un buon scenario rispetto al mio costume. La luce arancione dei lampioni è ottima perché trasmùta i colori e le forme in aloni irreali, dando al personaggio immobile un che di misterioso, di magico. La mia specialità è di assumere pose ed espressioni umane: io non faccio finta di
essere finto. Non mi è mai interessato. Già questo sistema tende ad oggettivare, in tutti i modi,
le persone e considerarle ingranaggi o pezzi di valore commerciale, di solito piuttosto basso.
Stare immobili è fermare il tempo, fotografare l'attimo per l'eternità, o meglio per un tempo superiore alle capacità normali della gente comune. Ma fermarsi immobili vuol dire far fermare le persone. Interrompere la loro corsa verso il nulla. Perché la mente dei più è affollata di falsità imbecilli, di prima e dopo cosa devo fare. Il lavoro, i bambini, i vestiti, la fine del mese, le bollette, le rate della macchina, i tortelli, quei bastardi al governo, telefonare alla mamma, i poveri del mondo. Quanti si fermano, fermano la mente a pensare, a domandare domande dimenticate al tempo dell'adolescenza, quando non la si sia passata anch'essa immersi nei problemi di adeguatezza della propria persona, del vestito, dei brufoli. Quanti hanno l'occasione, l'opportunità di svuotarsi la mente, anche per un solo attimo? Stare immobili è dare un'occasione agli altri di fermarsi un momento. Io sono una persona immobile, che scruta, si stupisce, ammicca, è soddisfatto, si rammarica, insomma assume tutte quelle espressioni, quell'emozioni che durante il giorno ci capita di esprimere, nelle quali tutti si possono riconoscere. Per passare da una posa all'altra, basta darmi un'offerta nella cesta: questo è il gioco, questo è lo spettacolo. I pochi che capiscono sono squisiti: si fermano davanti anche per interi quarti d'ora, apprezzano con complimenti lusinghieri, si divertono, a volte suggeriscono gli stati d'animo, le emozioni che vorrebbero vedere rappresentate. Io mi commuovo di tanta attenzione, li chiamo e gli dono un bigliettino, gratis: è per loro che continuo a fare spettacolo, sono loro che meritano il messaggio. Per gli altri, la maggioranza, sono una specie di barbone, la copia malfatta di quello che sta in piazza nella loro città o di quello visto in Spagna, Parigi, Amsterdam. Poco importa se il mio costume, la mia posa sia diversa dalle altre "Statue": non vedono, non lo notano, non ci fanno caso, come non fanno caso alla loro vita di emme, all'essere costretti ad avere per essere, al mostrare per sentirsi massa, protetti in un nulla quotidiano rassicurante. D'altra parte non ho scelta. Nei posti d'elite, manco mi fanno posare la cesta, che i tutori dell'ordine pubblico, subito mi scacciano dicendo che queste cose in quel posto, non si fanno: come se mi fossi calato le braghe per fare i miei bisogni. Eppoi solo nei posti turistici di massa ti passano davanti tremila persone in due ore. Se anche un dieci percento ti dà cinquanta centesimi, hai fatto la serata: il corrispondente di una settimana di sopravvivenza invernale. Quarantacinque serate così e vivi tutto il resto dell'anno. Certo è un guadagno per la sopravvivenza. Ma sopravvivo la maggior parte dell'anno senza dover lavorare, o meglio senza dover prestare le migliori ore della mia giornata a vendere bulloni, raccontando che sono i migliori sul mercato o a compilare fatture di importi superiori al milione per una multinazionale che mi dona le briciole del suo fatturato e che devo anche ringraziare, per preferirmi ad un altro miserabile come me. In quei mesi di libertà, ho il tempo per leggere, andare a trovare gli amici, scolpire o dipingere, abbellire la mia casa, passeggiare nei boschi e dedicarmi a tutte quelle cose che questo sistema valuta come non remunerative, inutili perdite di tempo, o peggio, attività da organizzare e imporre a comando e a pagamento.
Essere o non essere un artista di strada.
Ari Nunes |